La maggioranza in minoranza
Una convulsa giornata parlamentare si conclude con un’approvazione del decreto sulla sicurezza che paradossalmente ha ricevuto più voti dalle opposizioni che dal governo, dopo essere stata mutilata sia del dispositivo sulle ronde volontarie, cui il ministro Maroni ha rinunciato a malincuore, sia del prolungamento dei tempi di trattenimento degli immigrati clandestini, bocciato a voto segreto con il contributo di franchi tiratori.

Una convulsa giornata parlamentare si conclude con un’approvazione del decreto sulla sicurezza che paradossalmente ha ricevuto più voti dalle opposizioni che dal governo, dopo essere stata mutilata sia del dispositivo sulle ronde volontarie, cui il ministro Maroni ha rinunciato a malincuore, sia del prolungamento dei tempi di trattenimento degli immigrati clandestini, bocciato a voto segreto con il contributo di franchi tiratori. L’irritazione della Lega, che non ha più partecipato alle votazioni, ha consentito l’approvazione di una mozione dell’opposizione sui criteri del credito. Il disfacimento della maggioranza, probabilmente, sarà in qualche modo sanato nell’incontro previsto per oggi tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, ma i segnali di scollamento emersi sono pesanti. Soprattutto agiscono due fattori, l’intonazione competitiva del nuovo Popolo della libertà, nel cui congresso chi lamentava che “la Lega non può pretendere tutto” era subissato di applausi, e il modo solitario con cui il partito di Bossi ha cercato di gestire le relazioni con l’opposizione, in vista dell’approvazione delle norme sul federalismo fiscale. Una gestione, per una volta, abile del confronto parlamentare da parte del Pd, che ha unito la minaccia dell’ostruzionismo alla disponibilità ad approvare il provvedimento depurato dalle parti che non gradiva, ha condotto all’esito pesante per una maggioranza che si è dimostrata incerta e divisa. Sullo sfondo, oltre al clima concorrenziale di una tornata elettorale proporzionale, c’è la questione del referendum che, se ottenesse il quorum e la maggioranza, darebbe al Pdl un’arma di ricatto assai potente nei confronti degli alleati. E’ improbabile che si ripeta identica nel centrodestra la vicenda che ha visto la coalizione di centrosinistra sfasciarsi per effetto dell’unificazione (allora nel Pd, oggi nel Pdl) delle sue maggiori formazioni. Il problema di far convivere la vocazione maggioritaria del partito maggiore con le alleanze necessarie per reggere il governo, però, è simile. Può darsi che l’atteggiamento apparentemente di rottura della Lega Nord nasconda un interesse tattico, consistente in una strizzata d’occhio all’opposizione, cui si è consentita una vittoria parlamentare insperata, in vista del voto definitivo sul federalismo. Tuttavia, se la maggioranza non trova un accordo sul modo di gestire insieme le relazioni con l’opposizione, rischia di subirne le incursioni, nonostante la sua debolezza.